venerdì 16 febbraio 2018

Tutto sul Valpolicella ripasso La Casetta di Domini Veneti (2014)





La tecnica del ripasso consiste nell’utilizzare le stesse vinacce utilizzate per l’Amarone per la produzione di un Valpolicella chiamato appunto ripasso, con caratteristiche di maggior corpo e struttura rispetto al classico Valpolicella fresco e immediato.
Contrariamente a quello che si può pensare non è una tecnica moderna; piuttosto nel passato contadino veniva utilizzata per produrre un Valpolicella ripassato sulle vinacce del Recioto.

Le uve oggi utilizzate sono identiche a quelle dell’Amarone, quindi parliamo di Corvina, Corvinone e Rondinella più eventuali aggiunte di altri vitigni locali come la Molinara, recentemente uscita come obbligatoria dal disciplinare ma ancora utilizzata da molti produttori.

Ulteriore differenza tra i vari ripasso presenti in commercio è rappresentato dal tempo e dalla quantità con cui le vinacce rimangono in contatto con i vitigni base del Valpolicella, che possono determinare vini più leggeri e fruttati, piuttosto che vini più concentrati e più somiglianti ad un fratello minore dell’Amarone.

Di certo negli ultimi anni si è assistito ad una vera e propria esplosione di vendite di Valpolicella ripasso nel mondo e se per l’Amarone lo davano tutti per scontato, nel caso del Valpolicella ripasso occorre ammettere che i produttori veneti ci sanno proprio fare e hanno saputo tirare fuori dal cilindro della loro operosità un vino che nel giro di pochi anni ha più che triplicato le vendite.

Del resto, a parte le polemiche con un famoso fotografo in cerca di pubblicità per il suo vino in attesa del Vinitaly, hanno saputo creare un prodotto come il Prosecco, diventato dal nulla un campione mondiale di vendite che duella con gli Champagne sul maggior numero di bottiglie vendute.
Tra i produttori di Valpolicella ripasso che più ho apprezzato di recente posso citare i Domini Veneti, brand di Cantina Valpolicella Negrar.

Nel 1989 Cantina Valpolicella Negrar iniziò un progetto di individuazione di alcune aree vocate della Valpolicella in cui produrre vini di qualità, accompagnando i viticoltori locali nella selezione delle uve al fine di ottenere una linea di produzione ad hoc.

Da linea di produzione Domini Veneti è diventato un vero e proprio marchio in cui si concentra la produzione di Amarone, Recioto e Valpolicella ripasso.
Ho assaggiato recentemente quest’ultimo vino in occasione della cena settimanale con il gruppo dei ‘soliti astemi’.

Il colore è rubino concentrato e brillante, gli archetti fitti con lacrime che stanno ferme poco sotto il bordo del bicchiere per effetto di alcol e glicerina.
Il naso è dominato da un tratto fruttato ben mixato da suadenti note di prugna secca e cannella, con un leggero sottofondo di erba secca e tamarindo.
La fase gustativa si distingue per un grande equilibrio, ottima bevibilità, accompagnate da tannini rotondi.
Il sorso riesce soave, intenso, morbido e nel contempo riesce a non stancare grazie appunto all’equilibrio tra le componenti dure e quelle morbide del vino.



venerdì 9 febbraio 2018

Grandi vini di piccoli produttori: Barbaresco (2014) di Cascina Morassino


Grandi bottiglie da piccoli produttori: si può fare !!!
E' il titolo e anche l'incipit del posti di oggi.
Infatti stiamo parlando di una cantina che dispone di 4 ettari vitati nel cru Ovello, vera e propria eccellenza all'interno della denominazione Barbaresco.

Il terroir presenta uno strato inizialmente argilloso, per poi lasciare lo spazio a marne e tufo.
Il produttore lavora secondo la tradizione, quindi s'intende che un grande vino bisogna saperlo aspettare, senza la fretta di metterlo in commercio per recuperare l'investimento.
Fanno parte della filosofia aziendale le macerazioni lunghe e senza aiuti, al fine di ottenere la maggiore concentrazione, per poi affinare solo in botte grande per la più classica delle fermentazioni.
Gli interventi sono limitati a qualche rimontaggio e alle analisi di rito per capire l'evoluzione del vino e scongiurare eventuali interventi invasivi in fasi successive.
Il vino rimane in botte 20 mesi e prima dell'imbottigliamento viene assemblato con altre botti in modo da risultare il più possibile uniforme.

Il Barbaresco annata 2014 presenta un colore rosso rubino tendente al granato ma piuttosto intenso.
Apre su qualche accenno vegetale per poi virare su accese note di liquirizia, humus e prugna secca e tamarindo. Il tutto lascia un naso elegante e leggermente austero.
Il palato è agile, fitto, teso, con buona presenza tannica forse ancora un po' da gestire, mentre pian piano si dipana in una progressione decisa in tutte le fasi degustative.
Buon allungo sul finale.

Il vino viene venduto soprattutto all'estero ma grazie al cielo rimane ancora un 20-30 % in Italia ed è così che da una visita in cantina del padre di un mio amico appassionato di Barbaresco ho potuto conoscere questo eccellente produttore.

martedì 6 febbraio 2018

Chardonnay Altkirch (2016) di Cantina Colterenzio



Parliamo oggi di un vino imperdibile per rapporto qualità-prezzo e perchè è la dimostrazione che quando si vuole fare selezione i risultati arrivano anche a su prodotti dalla fascia di prezzo contenuta, dove per contenuta si intende di poco sopra i 10 euro.
Cantina Colterenzio è sinonimo di garanzia per tutti coloro che bazzicano un po' il mondo del vino.

L'azienda ha sede ad Appiano, in provincia di Bolzano, e concentra la sua produzione nel territorio chiamato Oltradige, considerata la più grande area coltivata a vite dell'Alto Adige.
Il paesaggio è suggestivo: a fare da cornice ai vigneti perfettamente pettinati di queste parti troviamo le pietre grigie delle Dolomiti a dominare l'orizzonte.

I 300 soci della cooperativa coltivano questo territorio in particolare nelle aree di Colterenzio, Cornaiano e Appiano, dove fin da tempi remotissimi la vite ha trovato un terreno e un clima a cui si è adattata perfettamente.
Lo Chardonnay, come tutti i vitigni alloctoni, è stato introdotto in epoche più recenti, ma grazie alla sua rapida capacità di adattamento, ha saputo esprimere il meglio in questa zona.

All'interno di questo scenario dove niente è lasciato al caso, a partire dalla cantina recentemente ristrutturata, lo Chardonnay Altkirch rientra nella linea classica, quindi la linea di produzione più semplice, economica e diretta della cantina.

Già da un prodotto che potremmo definire di base si riesce a intuire perfettamente la qualità che si sviluppa nella bottiglia e questo riesce solo a quei produttori che non si limitano a dare il massimo sulle linee di produzione più costose, quindi che garantiscono margini maggiori, ma anche ai prodotti più mass market.
Lo Chardonnay nasce su terreni sabbiosi e profondi con depositi ghiaiosi, con una resa in vigna che si attesta su un più che onorevole 70 hl/ettaro, mentre l'affinamento avviene in parte in acciaio e in parte in legno.

I suoi profumi sono classicamente molto vicini a quello che ci si potrebbe aspettare dallo Chardonnay, quindi grandi note fruttate ed erbacee, con accenni di peperone verde e spezie dolci, su un naturale sbuffo sapido e di pietra bagnata.
In bocca è diretto, piacevole, equilibrato e si esalta sia come vino da aperitivo (di qualità), sia su primi piatti a base di pesce o verdure.


 

giovedì 1 febbraio 2018

Vertigo (annata 2015) di Livio Felluga




Livio Felluga se né andato alla fine dell’anno scorso ma rimangono i suoi vini prodotti con una filosofia che ha saputo impostare subito dopo la seconda guerra mondiale.
Un processo lungo e difficile e in netto contrasto con l’abbandono della collina a cui in quei tempi si stava assistendo, in favore della città e del capitale investito nell’industria.
Lui invece ha creduto nella terra, in quell’estremo lembo d’Italia chiamato Collio e più precisamente a Cormons.

Uomo di tradizioni, ha saputo anche guardare lontano affiancando ai ritmi lenti della terra e appunto delle tradizioni contadine, tecniche moderne in grado di indirizzare i suoi vini verso i nuovi gusti dei consumatori. Il tutto condito da una passione e un rispetto infiniti per il Collio e per il suo lavoro di vignaiolo.
Tra le novità che ha voluto introdurre appena insediatosi con la sua azienda nel lontano 1956, fu l’introduzione di Pinot noir e Merlot su colline che fino a quel momento avevano conosciuto solo Tocai, Refosco e Malvasia.

Con il tipico genio di chi ha idee che sono in grado di superare tempi e mode, recupera una antica cantina geografica raffigurante le sue colline e decide di usarla come etichetta dei suoi vini, come a indicarne qualcosa di eterno: la terra.
Ancora oggi molti suoi vini, tra cui il Merlot, riportano questa cartina geografica sull’etichetta a testimonianza della bontà della sua intuizione, come il Vertigo annata 2015, che ho di recente assaggiato.
E se il Terre Alte è sicuramente la bottiglia più rappresentativa dell’azienda, non sfigura nell’altissimo livello qualitativo della produzione di Felluga questo mix di Cabernet Sauvignon e Merlot, prodotto su un terreno marnoso chiamato Flysch.
Felluga non è certificato biologico ma la conduzione dei vigneti segue la pratica della lotta integrata con impatto ambientale controllato, così come in cantina è evidente la spinta a utilizzare il legno solo quando necessario e senza mai snaturare il vitigno e la sua espressione naturale nel terroir in cui è coltivato da decenni.

Nello specifico Vertigo fa un affinamento di 12 mesi in acciaio e in botti di rovere francese che permettono un ulteriore aggiustamento ai tannini e che danno al vino quella prontezza alla beva che si può intuire già dal suo colore violaceo.
Al naso si dipana tra fragranze di mirtilli, more e humus, con una leggera speziatura in grado di garantire una sorprendente variazione bicchiere dopo bicchiere.
Raffinato e quasi materico al palato, ha un approccio graduale e seducente pur nel rispetto delle note fresche e semplici del naso.
Si gioca la partita su un ottimo equilibrio e su un finale pieno e succoso.



venerdì 26 gennaio 2018

La Sicilia di Donnafugata raccontata da Sedara e Tancredi




Donnafugata comunica con i suoi prodotti una Sicilia enologica moderna, versatile, attenta al futuro ma con uno sguardo preciso sul passato e sulla terra da dove tutto proviene.
Tra i suoi vini ne ho recentemente ribevuti due con molto piacere.


Il Sedara basa il suo successo commerciale sullo stile fresco, immediato e moderno, ma che ha come base di partenza l'ottima materia prima.
E' un blend di Nero d'Avola e altre varietà più o meno autoctone come Merlot, Syrah e Cabernet Sauvignon.
Viene prodotto nella Sicilia sud-occidentale e più precisamente nella Tenuta di Contessa Entellina, ad una altitudine variabile tra i 200 e i 600 metri sul livello del mare, su suoli argillosi e profondamente alcalini.
La densità d'impianto varia tra i 4.500 e i 6000 ceppi per ettaro mentre le rese si attestano sui 80-90 q.li/ha.
Per conservare le sue doti di freschezza e immediatezza espressiva, viene affinato per 8 mesi solo in acciaio dopo la vinificazione che avviene con macerazione sulle bucce per 10 giorni.

L'ho bevuto ad una cena di compleanno di un amico che stravede per Donnafugata e il suo Ben Rye.
Ottimo l'abbinamento con il tonno alla piastra, giusto per sfatare il falso mito che il vino rosso non si può abbinare con il pesce.


Tancredi è invece un vino certamente più complesso e intrigante, che riesce a mischiare il carattere mediterraneo del territorio con vitigni internazionali come il Cabernet sauvignon e altri autoctoni come il Nero d'Avola.
Anche questo vino viene prodotto nella Tenuta di Contessa Entellina, solo in questo caso siamo di fronte ad una resa che naturalmente tende ad abbassarsi a 50-60 q.li / ha.
Dopo la vinificazione sulle bucce per 14 giorni, viene fatto affinare in barriques di rovere francese in parte nuove e in parte di secondo passaggio, con successivo affinamento in bottiglia per 30 mesi, quindi un tempo molto lungo e abbastanza raro da trovare in circolazione, che spiega quanto il produttore non abbia fretta di commercializzare il prodotto, ma voglia attendere il giusto affinamento in bottiglia prima di metterlo in commercio.

Le note olfattive tendono principalmente alla frutta rossa piuttosto matura, dove prevale la ciliegia, con un buon apporto di spezie dolci (cannella), scatola di sigari e tamarindo.
Al palato si presenta con tannini ancora piuttosto severi seppure ben integrati nella struttura del vino e comunque ben bilanciati da una buona componente morbida data da alcol e glicerina.
Finale piuttosto lungo e coerente con le sensazioni gusto-olfattive.
Personalmente lo proverei con la carne alla brace.


giovedì 25 gennaio 2018

Il Kerner di Villscheider alla prova di Baccanera



Il Kerner ha visto crescere la sua popolarità in tempi piuttosto veloci. In passato era relegato come un vino a consumo locale oppure  ad un piccolo gruppo di esperti, ma oggi grazie alle sue complessità gusto-olfattive è sempre più conosciuto e apprezzato dal grande pubblico.
Tecnicamente è un incrocio della Schiava, vitigno a bacca rossa, con il Rieslieng, vitigno a bacca bianca.
Lo scopo dell'incrocio effettuato agli inizi degli anni '30 era quello di creare un vitigno resistente ai rigori invernali dell'Alto Adige.

Una delle versioni più convincenti di Kerner che ho bevuto di recente è quello di Villscheider, un maso posto a 700 mslm, sopra la città di Bressanone.
Il proprietario dal 1997 è Florian Hilpold; inizialmente la principale attività era l'allevamento del bestiame, seguita dalla coltivazione di alberi da frutto e solo per ultima la coltivazione della vite.

Dal 2004 la crescita costante della domanda di vino unita alla conseguente crescita qualitativa e quindi di prezzo, ha spinto la famiglia ad abbandonare l'allevamento del bestiame per concentrarsi sulla produzione di vino e di frutta.

Ad oggi i frutteti occupano 8,5 ettari, mentre i vigneti occupano 2,5 ettari.
L'azienda produce tre varietà tipiche dell'Alto Adige ma anche di Austria e di qualche zona della Germania, come Riesling, Sylvaner e appunto Kerner.

Il maso produce un numero di bottiglie che annualmente varia tra le 8.000 e del 10.000, quindi una produzione poco più che artigianale, su un terreno dalle forti pendenze, con esposizione sud e su un terreno pietroso, magro e permeabile, dove la vite soffre e concentra il succo in pochi e preziosi acini.

Per quanto riguarda il numero di ceppi, ci avviciniamo alla ragguardevole cifra di 10.000 ceppi / ha. Qui la diatriba agronomica è assolutamente aperta e variabile a seconda delle mode o se vogliamo dei periodi storici.
In passato il dogma era quello che la maggiore densità di ceppi per ettaro favorisse una qualità naturale del vino prodotto più elevata, mentre oggi pare che non sia più così scontato o almeno bisogna capire bene di che zone, vitigni, esposizioni, terreni si sta parlando.

Chiusa la parentesi poco interessante della densità di impianto, passiamo alla degustazione di questo kerner annata 2015.
Naso pieno di albicocca matura, pesca gialla, fieno, ha nel complesso un carattere olfattivo deciso, suadente e dalla spiccata unicità.
Al palato è dinamico, armonico, moderno, si esprime agilmente su una naturale verticalità con buona progressione, lasciando al gusto piacevoli tracce minerali elegantemente sapide e una bocca succosa e persistente.
Da provare e riprovare su piatti di pesce come una orata in crosta di sale.

martedì 23 gennaio 2018

Montefalco Rosso Arnaldo Caprai (2014)



Oggi parliamo di quello che per me è un 'classico di sempre' o se preferite un 'evergreen'.
Perchè il Montefalco Rosso di Arnaldo Caprai non è certo una scoperta per nessuno, ma è il classico vino di cui tendo piuttosto volentieri a ripetere la bevuta anno dopo anno (un altro produttore così è Nino Negri).

Arnaldo Caprai è la più rinomata azienda produttrice di Sagrantino dell'Umbria, i suoi vini sono potenti e al contempo avvolti da una eleganza concreta e ricercata che unisce territorialità e modernità.
Piccoli capolavori che hanno saputo trascinare verso l'eccellenza molte altre aziende umbre, in un virtuosismo contagioso e positivo come raramente se ne vede in giro.
I risultati raggiunti sono dovuti ad un giusto mix di ricerca continua, valorizzazione (in tempi non sospetti) del terroir, un concetto molto sviluppato di marketing (come non ricordarsi del matrimonio di Michael Douglas e di Catherine Zeta Jones a base di Sagrantino con conseguente boom di vendite sul mercato americano), fino ad arrivare alla madre di tutte le sfide di cui un po' tutti i produttori devono ormai rendere conto: la sostenibilità ambientale della loro produzione.

Come sempre il successo in ogni campo deriva da diversi fattori, dalla cura dei particolari e dalla caparbia capacità di inseguire un sogno.
Ma su tutto parla il vino e anche un semplice Montefalco Rosso può trasformarsi in un vino che per nulla stona ad una cena tra amici e con confronti in termini di bottiglie piuttosto importanti.
Il Montefalco Rosso annata 2014 è un blend di Sagrantino e Sangiovese, con 18 mesi di legno sulle spalle (si fa per dire).
Al naso evolve su note compatte, nitide e ben definite di ciliegie, un mix di spezie dolci, liquirizia e tabacco in sottofondo, con capacità di evoluzione nel bicchiere ai diversi assaggi.
In bocca è in grado di giocare sia sui toni freschi e morbidi della frutta, con un buon apporto di tannini comunque ingentiliti dall'uso sapiente e non invasivo del legno.
In altre parole un tannino perfettamente integrato nella bevuta.
Finale di spezie e con una intensa scia minerale.


venerdì 19 gennaio 2018

L'eleganza semplice e raffinata del Frappato di Planeta (2016)



Siamo idealmente nella assolata campagna della Sicilia sud-orientale, dove nasce un interessante e talvolta poco conosciuto vitigno autoctono siciliano: il Frappato.

La sua origine e il suo sviluppo nella terra siciliana si perde nella notte dei tempi; molto più interessante è invece parlare della sua evoluzione che si è sviluppata di pari passo con il passaggio della viticoltura dell’isola, da semplice contributore di vino per le aziende agricole del nord a una gestione dei vigneti e della cantina con spirito tipicamente imprenditoriale che ha portato ad una vera e propria rinascita della viticoltura siciliana.
Ed è così che oggi riconosciamo i vini siciliani (con poche eccezioni) come dei prodotti eleganti, raffinati e in grado di accompagnare un gran numero di piatti della cucina di tutti i giorni.

Il vitigno cresce bene sui suoli sabbiosi di natura calcarea della zona, non senza l’apporto di tufo negli strati più profondi.

Da sempre uno dei produttori che lo interpreta al meglio è l’universo Planeta, che ne fa una intrigante versione dove si riconoscono quelle caratteristiche fruttate e floreali da cui deriva il nome.
Planeta lo produce nella sua tenuta di Dorilli, una storica cantina ristrutturata rispettandone il profilo architettonico risalente agli inizi del ‘900.

Anche per questo prodotto, come per molti altri, si susseguono anno dopo anno i riconoscimenti nazionali e internazionali, nonostante sia un vino che è abbastanza diffuso in diversi canali di distribuzione.

Porta in dote un naso fragrante di fragola, ciliegia e rosa, con un piccolo apporto di spezie dolci.
In bocca è il regno dell’eleganza semplice e genuina, immediata, senza trascurare una nota tesa e vibrante e un sottofondo terroso e salino che lo rendono identificativo di quelle terre rosse di Vittoria sulla quali è cresciuto.


Grande versatilità in cucina con piatti a base sia di pesce che di carne bianca. 


mercoledì 17 gennaio 2018

Un metodo classico nel cuore della Brianza. Terrazze di Montevecchia


Non ho mai avuto dubbi sul fatto che il vero vino di Milano fosse fatto a Montevecchia (24 km a nord) e non invece a San Colombano (40 km a Sud).
Il motivo per cui a San Colombano è stata data la denominazione di ‘vino di Milano’, è semplicemente il fatto che a Montevecchia la viticoltura, presente da tempi molto remoti, sia scomparsa con l’arrivo della fillossera e con il contemporaneo forte sviluppo dell’industria nell’area milanese e lariana.
In particolare mentre in altre aree Lombarde la soluzione alla fillossera è stato l’utilizzo di portainnesti di uva americana, a Montevecchia questo processo non è avvenuto, lasciando semplicemente morire la viticoltura del luogo, se non per qualche isolato caso di contadino che la piantava nei cortili come ornamento.

La vite in questa zona era presente già ai tempi dei Galli Cisalpini prima e dei Romani poi, con un primo riferimento in ordine temporale da parte di Strabone (I secolo d.C.).
Tra i vitigni citati dalle diverse fonti storiche, che poi nella maggior parte dei casi si tratta di testamenti redatti da vescovi e affini, si parla di Botascera, Vernazzola, Moscatella, Inzaga, Corbera, Guernazza, Trebbiano, Bonarda, Malvasia, Cornetta, Barbera, Uvetta, Barbasina e altre).

Alcune di queste uve oggi non si coltivano più, né qui e né altrove, ma in compenso la viticoltura a Montevecchia è ‘miracolosamente’ rinata, grazie alla caparbia volontà di pochi e coraggiosi contadini-sognatori.
Tra questi Mario Ghezzi, titolare di Terrazze di Montevecchia, è senza dubbio il pioniere, colui che ha avuto l’intuizione di ripiantare vigne a scopo di produrre vino laddove la viticoltura era scomparsa e che lo ha fatto per primo.

Come ogni pioniere i primi passi sono quasi sempre da considerarsi degli esperimenti. E allora ecco che la produzione ha inizio negli anni ’90 con un vino chiamato Pincianell, prodotto comprando l’uva dai contadini, fino a quando nel ’94 rileva Le Terrazze e affitta una collina dove impianta vigneti.
Per la consulenza su quale vitigni piantare, interviene il mitico Attilio Scienza, probabilmente interessato da questo vero e proprio esperimento sul campo, consigliando quindi l’utilizzo di Viognier, Syrah e Merlot.

Da allora vengono prodotti tre vini: il Pincianell sia in versione rossa che bianca che potremmo definire il vino entry level dell’azienda, il Cepp che è un blend di Merlot e Syrah e un Brut Metodo Classico chiamato Terrazze di Montevecchia che ho recentemente assaggiato.
Premetto subito che questo vino non ha nulla da invidiare ai più blasonati Franciacorta e Trentodoc e in una degustazione alla cieca, a mio modesto avviso, riserverebbe delle sorprese.

E’ un Brut molto territoriale, che parla di lotta integrata, utilizzo dei solfiti al minimo sindacale e comunque di molto inferiore al limite previsto per legge, oltre al concetto di viticoltura eroica per il grado di inclinazione dei pendii e alle rese che non superano i 45 q.li/ha.

Se sei concentrato durante la degustazione ci puoi sentire tutto questo e anche di più.

Come ad esempio al naso un iniziale nota di pesca bianca, pasta di mandorle, malva e fiori secchi. La bocca fine, elegante e piacevole, con chiusura fruttata e delicatamente sapida e minerale.

Viva il vino di Milano.

giovedì 11 gennaio 2018

Barbera d'Alba superiore annata 2015 di Azienda agricola Boasso


L'azienda agricola Boasso lavora a Serralunga d'Alba, in pieno territorio del Barolo.
Su queste colline che raramente superano i 300-350 metri di altitudine e su un suolo marnoso e calcareo nascono i Barolo più intensi, longevi e territoriali.

Nonostante la zona sia pienamente vocata al vino principe piemontese, Boasso produce anche altri vini a Serralunga d'Alba, come Barbera, Arneis, Dolcetto e perfino Moscato.
Tra questi la Barbera raggiunge dei risultati entusiasmanti.

La Barbera è il vino di maggior produzione della regione, ma a seconda del tipo di zona dove viene prodotto e delle scelte del vignaiolo può dare vita a vini molto leggeri e fruttati fino ad arrivare a versioni intense, penetranti a volte anche cupe.

La Barbera di Boasso, per scelta e per tradizione territoriale, assomiglia sicuramente di più a quest'ultima categoria, tanto che, abbinata ad un piatto di risotto al Castelmagno di media stagionatura, non si è per nulla eclissata.

La filosofia dell'azienda è quella della lavorazione tradizionale, abbinata ad una particolare attenzione al lavoro in vigna, di cui la variante resa per ettaro (70 q/h) è sicuramente un fattore rilevante.

Dopo la vendemmia il mosto viene fatto fermentare per 10-12 giorni a contatto con le bucce con frequenti rimontaggi giornalieri.
L'estrazione del frutto in questa fase è massima e la si percepisce appieno nel sorso.
Il vino viene poi posto ad affinare per 10 mesi in botti di rovere da 25 hl dove i tannini si integrano con il legno, per poi passare in bottiglia senza alcuna filtrazione.

Il risultato  è una Barbera che come accennavo ha le note penetranti e intense della frutta rossa matura (amarena), della viola appassita e delle spezie, con un tratto etereo e leggermente vanigliato.
Il sorso è solido, pieno, suadente, con una bella tensione acida che si scontra-incontra con le note calde dell'alcol e della glicerina.
Chiude lungo e persistente e in perfetta armonia