giovedì 19 aprile 2018

Barbaresco Serraboella (2010) di Barale Fratelli




L'azienda agricola Fratelli Barale nasce nel 1870, quando da poco si incominciava a parlare di vino Barolo grazie soprattutto a Camillo Benso Conte di Cavour e ai Marchesi Falletti.

Ai giorni nostri per quanto riguarda i vigneti, Barale possiede 10 ettari di cui una parte nella zona Bussia, considerata una delle più rinomate per la produzione di Barolo, in grado di sviluppare prodotti strutturati e longevi.

L'azienda è a conduzione biologica e ha sviluppato un interessante studio sui lieviti indigeni dell'uva delle sue vigne, che poi vengono utilizzati per la fermentazione del vino in botte.

La filosofia aziendale è in parte riassumibile con la convinta attività e sperimentazione sui lieviti indigeni e alla ferma convinzione da parte dell'azienda che il loro utilizzo, al posto dei lieviti acquistati in commercio, porti a mantenere un alto grado di tipicità dei vini prodotti; il tutto tenendo conto della notevole evoluzione che si è avuta negli ultimi anni sulle tecniche di biologia molecolare, che ha consentito di evitare i rischi di sviluppare difetti organolettici nei vini.

L'uva del Barbaresco Serraboella arriva dalla omonima vigna a conduzione biologica a basso impatto ambientale.
La fermentazione e la macerazione avviene in tini di legno da 50 hl per circa 30 giorni, con frequenti rimontaggi.
L'affinamento viene invece effettuato in botti di rovere per circa 2 anni, prima dell'imbottigliamento senza subire nessun tipo di stabilizzazione.

Nel bicchiere l'annata 2010 mostra un rosso granato e un naso etereo, tannico, con note di cassis, bastoncino di liquirizia e viola appassita.
Per quanto riguarda il palato spicca la trama tannica evidente, sostenuta da un tratto salino e da giusta contrapposizione di alcol e glicerina.
Il sorso in generale è pieno e strutturato e di chilometrica persistenza.



martedì 17 aprile 2018

Il Ruchè Laccente di Montalbera, grande prova di eleganza e tipicità autoctone



L'azienda agricola Montalbera nasce agli inizi del 900 a Castagnole Monferrato.

La storia corre lenta e senza grandi scossoni per l'azienda, fino agli anni '80, quando inizia un importante periodo di espansione, sia sul territorio nazionale che internazionale.

Ad oggi l'azienda conta 160 ettari a Castagnole Monferrato tutti accorpati in un unico appezzamento dalla forma circolare.

Il Ruchè come vitigno è un autoctono dalla personalità estremamente distintiva, che sa regalare contrasti che solitamente si possono trovare solo in due o più vini.

Riesce infatti ad abbinare una naturale rotondità al palato, con una più che discreta acidità, una tannicità fine che si contrappone alla adeguata alcolicità, mentre i profumi sono aromatici e intriganti.

Il naso si distingue su note di ribes, amarena, ricordi di lavanda e menta, rabarbaro e rosa.

In bocca sorprende per il grande equilibrio nonostante una sapidità e acidità sugli scudi, controbilanciate adeguatamente da un alcol che non avverti ma che fa 14°, per poi uscire quasi timido il tannino sul finale piacevole.

Sembra un vino beverino e invece è tutt'altro. E' poesia, sintesi pura di quello che un vitigno autoctono poco conosciuto può fare nelle mani di un ottimo produttore in grado di valorizzarlo.




giovedì 12 aprile 2018

Lago di Caldaro Kalterersee Classico 2016 - Kettmeir



Kettmeir è un produttore altoatesino che gode di una certa fama soprattutto sugli spumanti, che risultano al contempo eleganti ma anche dotati di una distintiva personalità al gusto.

Tuttavia, in una fredda sera ancora di metà febbraio, mi è capitato di assaggiare una loro Schiava che mi ha sorpreso in quanto riusciva a conciliare la tipicità della Schiava con una morbidezza che gli regalava un sorso pieno e concreto.

Con questo Santa Maddalena Classico Alto Adige Doc, il produttore dimostra di lavorare molto bene anche sui prodotti entry level.

E' prodotto con uve schiava che dopo la svinatura fanno un passaggio in botte grande.


Nel bicchiere rispecchia appieno la fragranza, freschezza e succosità tipica della Schiava, a cui aggiunge un tocco morbido al palato che sorprende e lo rende un prodotto molto flessibile in abbinamento con numerosi piatti della cucina di tutti i giorni.


Ottimo con un delicato risotto ai funghi di Chef Fabrice.




 

sabato 7 aprile 2018

Barbaresco Fontanafredda (2000)



Fontanafredda è indubbiamente un nome storico delle Langhe.
Una storia che nasce nel 1858, quando il re Vittorio Emanuele II acquista la Tenuta di Fontanafredda e inizia la coltivazione di Barolo.
L'erede Emanuele Alberto di Mirafiori crede fortemente nella Tenuta e il 1878 e il 1894 la modernizza utilizzando operai specializzati, costruendo al suo interno un vero e proprio villaggio, contribuendo nel frattempo ad elevare il prestigio del Barolo in Italia.
La prima grande crisi della Tenuta è degli anni 1928 e 1929, quando la fillossera prima e la crisi economica poi mettono in seria difficoltà l'azienda che viene venduta e rilevata dal Monte dei Paschi di Siena.
Nel 2009 Fontanafredda viene acquistata da Oscar Farinetti, proprietario di Eataly, che ne ha rinverdito i fasti e rilanciata sotto il livello produttivo e commerciale, partendo dalla riduzione dei concimi chimici, erbicidi e solfiti, per poi passare alla certificazione biologica di tutti i 120 ettari di proprietà.
Ma l'obiettivo anzi la sfida più difficile è stata quella di conciliare l'utilizzo dell'agricoltura biologica, di un alto livello qualitativo con la produzione di un numero di bottiglie che di certo non possiamo definire artigianale (11 milioni nel 2017).
Del resto con i suoi 60 milioni di fatturato Fontanafredda è oggi una delle più importanti aziende agricole piemontesi, che nel 2017 si è potuta fregiare del titolo di 'cantina europea dell'anno' assegnato dalla prestigiosa rivista americana Wine Enthusiast.

In tutto questo io ho assaggiato un loro Barbaresco, della prestigiosa annata 2000, e quindi antecedente a molte delle trasformazioni di cui ho appena accennato.
Annata perfetta e vino che nel bicchiere riflette un granato brillante e vivo.
Apre con una particolare finezza floreale dell'olfatto che fa presagire che questo vino potrebbe tranquillamente rimanere in attesa di essere bevuto ancora per diversi anni.
La fragolina di bosco si mescola con muschio, pepe nero e china, esattamente in questo ordine.
Il sorso sorprende per un tannino per nulla scontato dall'annata non più giovane, per una struttura agile e completa e per una persistenza da fare invidia a certi Barolo più blasonati.


Superlativo con spezzatino di cavallo, piselli e polenta dell'insuperabile Chef Fabrice.



 


giovedì 29 marzo 2018

Il Nero Ossidiana di Tenuta di Castellare (2012) dall'isola di Lipari




La Tenuta di Castellaro è una azienda vitivinicola situata sull’isola di Lipari.
Il progetto portato avanti da Massimo Lentsh e Stefania Frantoio, che si sono trasferiti sull’isola dalle terre bresciane, dopo diversi anni passati a Lipari come semplici turisti, è stato sicuramente coraggioso e ambizioso, ma all’assaggio dei loro vini si può affermare che è indubbiamente stato centrato.
Fondamentale per il progetto è stata la scelta dell’esperto enologo siciliano Salvo Foti e della sua squadra di Vigneri.
L’uva utilizzata è il corinto, un vitigno piuttosto diffuso sulle Eolie, ma praticamente sconosciuto sul resto del territorio siciliano ed utilizzato in percentuali minori da molti viticoltori per dare colore al vino.
Tenuta Castellaro ne ha invece prodotto un vino con una percentuale piuttosto alta (40%) in blend con il terroso Nero d’Avola, con risultati sorprendenti anche grazie ad un suolo del tutto particolare, con terrazzamenti che degradano verso il mare su suolo lavico, utilizzando la coltivazione biologica e di basso impatto ambientale.
Il complesso di diverse forze che agiscono sul territorio come il vento, che garantisce naturalmente la sanità dell’uva rispetto a molte malattie fungine, l’influenza salina del mare a ridosso delle vigne, il suolo vulcanico e di lapilli, che determinano chiari sentori minerali (zolfo), le forti escursioni termiche tra giorno e notte, unite ad una coltivazione biologica attenta a non snaturare tutti gli elementi naturali dell’uva portato ad un risultato sorprendente.

L’olfatto è esplosivo e i diversi sentori che lo compongono fanno a gara ad esibirsi.
Provando a fare ordine si distinguono raffinati sentori minerali (zolfo), poi seguiti da grafite, spezie, ciliegia matura con un sorprendente sottofondo di macchia mediterranea, dopo diversi bicchieri e continue olfazioni.
In bocca è altrettanto sorprendente soprattutto per lo scatto agile, ma anche per il trasporto pieno e salino del sorso.
Lunghezza infinita che lascia in bocca e al naso i ricordi di un’isola bellissima in questo piovoso inizio di primavera.



La naturale dolcezza del Kabir, Moscato di Pantelleria di Donnafugata



Il Kabir, un moscato di Pantelleria dall'incredibile rapporto qualità-prezzo.

E' un vino dolce naturale coltivato sull'isola di Pantelleria, su terreni di origine vulcanica terrazzati con i tipici muretti a secco, prodotto da uve Zibibbo coltivate ad alberello all'interno di conche per proteggerle dalle particolari condizioni atmosferiche.

La resa è naturalmente bassissima e si attesta sui 40 ql/ha, ottenuta da viti molto vecchie, su una conformazione morfologica del tutto anomala e con condizioni pedoclimatiche altrettanto singolari.

E devo dire che ancora una volta Donnafugata mi ha sorpreso con un prodotto che riesce incredibilmente a distinguersi per alcuni tratti distintivi dai tanti vini simili in commercio.
Donnafugata insieme a poche altre cantine dell'isola ha guidato un vero e proprio percorso virtuoso di rinascita del vino siciliano, che è ormai ampiamente sviluppato e che ha permesso all'isola non solo di colmare una differenza in termini qualitativi fino a qualche anno fa particolarmente vistosa rispetto ad altre regioni italiane, ma ad affermarsi nell'immaginario collettivo come regione in grado di trainare con i suoi vini unici, raffinati e dall'enorme potenziale l'intera produzione italiana.

Nel caso di Donnafugata siamo alla riconferma anno dopo anno di una produzione che sa abbinare alla quantità produttiva che permette a tutti di poter degustare i suoi prodotti, una qualità di assoluto rispetto con punte di eccellenza che trovano nel Ben Ryè e nel Mille e una notte i suoi campioni assoluti.

Il Kabir, seduce all'impatto visivo con un brillante oro giallo antico.
Olfatto intenso ed estremamente variegato, con una fitta articolazione di profumi che vanno dalla frutta candita all'ananas, dall'albicocca matura e quasi disidratata ai sentori di agrumi, per poi atterrare su aromi di anice e miele di d'acacia.
Pieno e rotondo al gusto, con sensazioni prevalenti di dolcezza, contrastate da una naturale vena acida in grado di riequilibrare il sorso.
Ottima anche la chiusura su delicati ritorni fruttati e di miele.


giovedì 22 marzo 2018

Sangiovese Igt (2011) di Podere Alberese


Di Podere Alberese mi è già capitato di parlare in altri post, ma non avevo mai provato il loro Sangiovese.
Si tratta di una piccola ma ben determinata realtà vitivinicola toscana, nata nel 2003 in località Casabianca ad Asciano.
Ci troviamo quindi nella morbida e assolata campagna senese, dove ai cipressi e alle colline coltivate a grano, si intervallano campi coltivati a vite di aziende agricole che spesso sono di piccole dimensioni ma che lavorano ormai con procedure e metodi avanzati.
Una di queste è appunto Podere Alberese, che produce un saporitissimo Toscana Igt a base Sangiovese che vale molto di più di quello che costa.
Nel bicchiere si presenta di un colore rubino intenso e impenetrabile.
I sentori sono di ciliegia matura, con importanti nuance di viola, mentre sullo sfondo si dipanano eleganti accenni di china e di erbe aromatiche.
In bocca è fresco e salino, di temperamento un filo esuberante grazie a tannini ancora giovani, ma di grande presa sul palato grazie ad un corpo pieno e un finale persistente.


 

mercoledì 14 marzo 2018

Lo strepitoso rapporto qualità-prezzo di Cantine Leonardo e i suoi Chianti (2012) e Morellino di Scansano (2016)


Con un produttore come Leonardo si rientra a pieno diritto nella ristretta area di quei produttori dal miglior rapporto qualità-prezzo che si possa trovare.
Spesso gli amici mi chiedono consigli su buoni vini da comprare e sarebbe piuttosto facile per me consigliare produttori rinomati che producono ottimi vini al giusto prezzo. Peccato che spesso di tratta di un prezzo che non tutti si possono permettere.
Devo essere sincero: per me è molto più stimolante trovare produttori che riescano a produrre vini di qualità, che possano piacere anche al grande pubblico e che nello stesso tempo abbiano un prezzo compreso tra i 7 e i 15 euro.

Nei miei 5 anni di blog e di assaggi mi sono tenuto una mia personalissima lista di questo tipo di produttori che tengo aggiornata.
Nello specifico le Cantine Leonardo nascono nel 1961 per opera di una trentina di piccoli produttori dell'area di Vinci.
Dopo decenni di crescita, sia nel numero dei soci sia negli ettari vitati, nel 1990 viene acquisita la Cantina di Montalcino estendendo in questo modo la produzione al Brunello di Montalcino e beneficiando della sua storica crescita qualitativa e di immagine-prestigio in Italia e nel mondo.



Ho provato alla cena settimanale del 'gruppo dei soliti astemi' sia il loro Chianti sia il Morellino.
Il Morellino è prodotto nella zona a denominazione di origine controllata e garantita e più precisamente nell'intorno di Montiano.
Utilizza Sangiovese all'85% con un saldo di altre uve locali e si presenta caratterizzato al naso da invitanti note floreali e fruttate, in particolare piccoli frutti rossi e ciliegia.
In bocca è pieno, avvolgente, con tannini ben definiti e forse ancora un po' astringenti (vista anche l'annata recente gli avrebbe fatto bene ancora un anno di riposo in bottiglia), di corpo medio e struttura fine e armonica.
Risulta adatto alla cucina rustica toscana come le zuppe e la ribollita.



Il Chianti è prodotto nelle zone collinari di Vinci, è prodotto con Sangiovese al 85%, ammorbidito da un 10% di Merlot più un piccolo saldo di altre uve.
L'olfatto presenta subito note avvolgenti di ciliegia matura, scatola di sigari e pepe nero. 
In bocca si dipana su una morbidezza che piace senza stancare, anche grazie al buon apporto di tannini peraltro vellutati, buona acidità e discreta mineralità.
Nel complesso è più strutturato del Morellino, forse anche concede qualcosa ad una moderata piacioneria che tuttavia appare pienamente integrata nel vino e che lo rendono l'ideale per cene con tanti amici.
Ha una naturale propensione ad accompagnare le grigliate tipiche della stagione estiva.





venerdì 9 marzo 2018

La piccola ma determinata Doc Tullum: Pecorino (2016) e Montepulciano (2012) di Feudo Antico





La Doc Tullum è una o forse la più piccola doc d’Italia. E’ nata nel 2008 dietro sollecitazione della Cantina Tollo per una corretta valorizzazione del territorio e ha il suo centro naturale proprio a Tollo.
Come detto la Dop è piccola, circa 300 ettari, ma riesce lo stesso a inglobare territori molto diversi da loro, che vanno dal mare Adriatico alle prime pendici del Massiccio della Maiella.
Tra le aziende che si sono avventurate in questa Doc, l’azienda Feudo Antico è tra le più giovani, essendo nata solo nel 2006 grazie all’interesse di una ventina di soci piuttosto giovani.
La filosofia aziendale è coerente con le più recenti sfide con cui la viticoltura si sta scontrando nei nostri giorni, quindi basso impatto ambientale, processi biologici e riscoperta e utilizzo di alcuni processi tradizionali.
Il tutto passa attraverso la valorizzazione di Montepulciano, Trebbiano d’Abruzzo, Passerina e Pecorino, quindi i vitigni autoctoni per eccellenza d’Abruzzo.
Ho di recente assaggiato due prodotti dell’azienda.

Il Pecorino annata 2016 ha una impronta vitale, salina, intensa dove si percepiscono netti e decisi i sentori fruttati della pesca, quelli floreali dei fiori gialli, per finire con note di macchia mediterranea e mentuccia.
Il sorso è pieno, sapido, sontuoso ma anche scorrevole e dotato di una agile freschezza che rende il palato pieno e soddisfatto.


Il Rosso annata 2012 è composto da uve Montepulciano ha un forte impatto floreale e fruttato, con una leggera concessione al pepe nero.
Più immediato e meno complesso del Pecorino, con i suoi tannini fitti e decisi è comunque un buon vino e si sposa con una infinità di piatti della cucina di tutti i giorni.


giovedì 8 marzo 2018

L'esplosione di profumi e gusto del Passito di Pantelleria Lago di Venere di Miceli




L’isola di Pantelleria è un variegato e, grazie al suo naturale isolamento, quasi intatto microclima difficilmente riscontrabile in altre isole e più in generale zone d’Italia.
Va da sé che anche la vite, che qui si è adattata alla vita estrema dell’isola causata da una perenne carenza di acqua soprattutto durante i periodi estivi, non possa che produrre vini estremi, anche grazie ad un terreno di origine vulcanica che tanto influenza il gusto e l’olfatto del nettare di Bacco.
In questo estremo lembo d’Italia, Miceli produce un Moscato passito con vigne che si affacciano sullo straordinario lago di Venere, un autentico paradiso a cielo aperto, un lago naturale alimentato dalle rare piogge e dalle sorgenti termali al suo interno.

Il lago occupa un cratere naturale di un antico vulcano in località Bugeber e contribuisce ulteriormente a influenzare il già particolarissimo microclima dell’isola, sia nella stagione invernale, come e soprattutto in quella estiva.

Il Lago di Venere è formato da Moscato, che in Sicilia viene spesso chiamato Zibibbo. Le uve vengono fatte appassire naturalmente sulla pianta e successivamente raccolte in piccole cassette al giusto momento di maturazione.
In cantina subiscono un ulteriore appassimento, mentre al termine del processo fermentativo viene aggiunto alcol per bloccare il processo di completa trasformazione degli zuccheri in alcol da parte dei lieviti.

L’affinamento in vasche di cemento, la lavorazione accurata e una produzione poco più che artigianale unita alle condizioni straordinarie di terreno e microclima sopra citate, portato ad un risultato strepitoso.

Di questo risultato si è accorto uno dei più grandi distributori e da qualche anno anche produttore di vino italiano, la monzese Meregalli, che l’ha inserito nella sua lista prodotti.

Il colore è molto simile al miele millefiori con una spiccata brillantezza.
I profumi sono una vera e propria bomba per il nostro naso che non potrà non assimilare le melliflue note di miele di acacia, magnolia, muschio, per poi distendersi su più pungenti tratti agrumati e minerali e finire su un sottofondo di zolfo e note eteree.
Anche in bocca si distingue per una sapidità quasi salina, il tratto deciso e quasi aspro in decisa competizione con il gusto naturalmente dolce del moscato.
E ancora al naso, nei bicchieri che si susseguono senza stancare il palato, si può ritrovare la salvia e la frutta come albicocca matura, ma anche camomilla e zenzero, in un finale che si trasforma e che non sembra terminare mai.

Tutti in piedi e applausi.