venerdì 19 gennaio 2018

L'eleganza semplice e raffinata del Frappato di Planeta (2016)



Siamo idealmente nella assolata campagna della Sicilia sud-orientale, dove nasce un interessante e talvolta poco conosciuto vitigno autoctono siciliano: il Frappato.

La sua origine e il suo sviluppo nella terra siciliana si perde nella notte dei tempi; molto più interessante è invece parlare della sua evoluzione che si è sviluppata di pari passo con il passaggio della viticoltura dell’isola, da semplice contributore di vino per le aziende agricole del nord a una gestione dei vigneti e della cantina con spirito tipicamente imprenditoriale che ha portato ad una vera e propria rinascita della viticoltura siciliana.
Ed è così che oggi riconosciamo i vini siciliani (con poche eccezioni) come dei prodotti eleganti, raffinati e in grado di accompagnare un gran numero di piatti della cucina di tutti i giorni.

Il vitigno cresce bene sui suoli sabbiosi di natura calcarea della zona, non senza l’apporto di tufo negli strati più profondi.

Da sempre uno dei produttori che lo interpreta al meglio è l’universo Planeta, che ne fa una intrigante versione dove si riconoscono quelle caratteristiche fruttate e floreali da cui deriva il nome.
Planeta lo produce nella sua tenuta di Dorilli, una storica cantina ristrutturata rispettandone il profilo architettonico risalente agli inizi del ‘900.

Anche per questo prodotto, come per molti altri, si susseguono anno dopo anno i riconoscimenti nazionali e internazionali, nonostante sia un vino che è abbastanza diffuso in diversi canali di distribuzione.

Porta in dote un naso fragrante di fragola, ciliegia e rosa, con un piccolo apporto di spezie dolci.
In bocca è il regno dell’eleganza semplice e genuina, immediata, senza trascurare una nota tesa e vibrante e un sottofondo terroso e salino che lo rendono identificativo di quelle terre rosse di Vittoria sulla quali è cresciuto.


Grande versatilità in cucina con piatti a base sia di pesce che di carne bianca. 


mercoledì 17 gennaio 2018

Un metodo classico nel cuore della Brianza. Terrazze di Montevecchia


Non ho mai avuto dubbi sul fatto che il vero vino di Milano fosse fatto a Montevecchia (24 km a nord) e non invece a San Colombano (40 km a Sud).
Il motivo per cui a San Colombano è stata data la denominazione di ‘vino di Milano’, è semplicemente il fatto che a Montevecchia la viticoltura, presente da tempi molto remoti, sia scomparsa con l’arrivo della fillossera e con il contemporaneo forte sviluppo dell’industria nell’area milanese e lariana.
In particolare mentre in altre aree Lombarde la soluzione alla fillossera è stato l’utilizzo di portainnesti di uva americana, a Montevecchia questo processo non è avvenuto, lasciando semplicemente morire la viticoltura del luogo, se non per qualche isolato caso di contadino che la piantava nei cortili come ornamento.

La vite in questa zona era presente già ai tempi dei Galli Cisalpini prima e dei Romani poi, con un primo riferimento in ordine temporale da parte di Strabone (I secolo d.C.).
Tra i vitigni citati dalle diverse fonti storiche, che poi nella maggior parte dei casi si tratta di testamenti redatti da vescovi e affini, si parla di Botascera, Vernazzola, Moscatella, Inzaga, Corbera, Guernazza, Trebbiano, Bonarda, Malvasia, Cornetta, Barbera, Uvetta, Barbasina e altre).

Alcune di queste uve oggi non si coltivano più, né qui e né altrove, ma in compenso la viticoltura a Montevecchia è ‘miracolosamente’ rinata, grazie alla caparbia volontà di pochi e coraggiosi contadini-sognatori.
Tra questi Mario Ghezzi, titolare di Terrazze di Montevecchia, è senza dubbio il pioniere, colui che ha avuto l’intuizione di ripiantare vigne a scopo di produrre vino laddove la viticoltura era scomparsa e che lo ha fatto per primo.

Come ogni pioniere i primi passi sono quasi sempre da considerarsi degli esperimenti. E allora ecco che la produzione ha inizio negli anni ’90 con un vino chiamato Pincianell, prodotto comprando l’uva dai contadini, fino a quando nel ’94 rileva Le Terrazze e affitta una collina dove impianta vigneti.
Per la consulenza su quale vitigni piantare, interviene il mitico Attilio Scienza, probabilmente interessato da questo vero e proprio esperimento sul campo, consigliando quindi l’utilizzo di Viognier, Syrah e Merlot.

Da allora vengono prodotti tre vini: il Pincianell sia in versione rossa che bianca che potremmo definire il vino entry level dell’azienda, il Cepp che è un blend di Merlot e Syrah e un Brut Metodo Classico chiamato Terrazze di Montevecchia che ho recentemente assaggiato.
Premetto subito che questo vino non ha nulla da invidiare ai più blasonati Franciacorta e Trentodoc e in una degustazione alla cieca, a mio modesto avviso, riserverebbe delle sorprese.

E’ un Brut molto territoriale, che parla di lotta integrata, utilizzo dei solfiti al minimo sindacale e comunque di molto inferiore al limite previsto per legge, oltre al concetto di viticoltura eroica per il grado di inclinazione dei pendii e alle rese che non superano i 45 q.li/ha.

Se sei concentrato durante la degustazione ci puoi sentire tutto questo e anche di più.

Come ad esempio al naso un iniziale nota di pesca bianca, pasta di mandorle, malva e fiori secchi. La bocca fine, elegante e piacevole, con chiusura fruttata e delicatamente sapida e minerale.

Viva il vino di Milano.

giovedì 11 gennaio 2018

Barbera d'Alba superiore annata 2015 di Azienda agricola Boasso


L'azienda agricola Boasso lavora a Serralunga d'Alba, in pieno territorio del Barolo.
Su queste colline che raramente superano i 300-350 metri di altitudine e su un suolo marnoso e calcareo nascono i Barolo più intensi, longevi e territoriali.

Nonostante la zona sia pienamente vocata al vino principe piemontese, Boasso produce anche altri vini a Serralunga d'Alba, come Barbera, Arneis, Dolcetto e perfino Moscato.
Tra questi la Barbera raggiunge dei risultati entusiasmanti.

La Barbera è il vino di maggior produzione della regione, ma a seconda del tipo di zona dove viene prodotto e delle scelte del vignaiolo può dare vita a vini molto leggeri e fruttati fino ad arrivare a versioni intense, penetranti a volte anche cupe.

La Barbera di Boasso, per scelta e per tradizione territoriale, assomiglia sicuramente di più a quest'ultima categoria, tanto che, abbinata ad un piatto di risotto al Castelmagno di media stagionatura, non si è per nulla eclissata.

La filosofia dell'azienda è quella della lavorazione tradizionale, abbinata ad una particolare attenzione al lavoro in vigna, di cui la variante resa per ettaro (70 q/h) è sicuramente un fattore rilevante.

Dopo la vendemmia il mosto viene fatto fermentare per 10-12 giorni a contatto con le bucce con frequenti rimontaggi giornalieri.
L'estrazione del frutto in questa fase è massima e la si percepisce appieno nel sorso.
Il vino viene poi posto ad affinare per 10 mesi in botti di rovere da 25 hl dove i tannini si integrano con il legno, per poi passare in bottiglia senza alcuna filtrazione.

Il risultato  è una Barbera che come accennavo ha le note penetranti e intense della frutta rossa matura (amarena), della viola appassita e delle spezie, con un tratto etereo e leggermente vanigliato.
Il sorso è solido, pieno, suadente, con una bella tensione acida che si scontra-incontra con le note calde dell'alcol e della glicerina.
Chiude lungo e persistente e in perfetta armonia




martedì 9 gennaio 2018

Barolo San Lorenzo annata 2011 di Fratelli Alessandria


Il Barolo San Lorenzo di Verduno dei Fratelli Alessandria è un cru del comune di Verduno, sottozona famosa per dar vita a Baroli complessi, sofisticati, con tannini eleganti e in generale un approccio meno muscoloso rispetto al triangolo La Morra, Castiglione Falletto, Barolo.

La vigna che produce questo San Lorenzo ha una estensione di neanche 1 ettaro con una età media delle viti di 30 anni, mentre il suolo è a medio impasto calcareo tendente al limoso.

Una volta raccolte le uve nella seconda decade di ottobre, la macerazione e la vinificazione avviene in vasche di acciaio a temperatura controllata per 25-30 giorni.

Seguono tre anni di maturazione e affinamento in botti di rovere di Slavonia da 20-30 ettolitri e altri 2 mesi ancora in acciaio prima della messa in bottiglia per l'affinamento per ulteriori 6 mesi.

La prima annata prodotta è stata nel 1997 e ad oggi si parla di circa 4.000 preziosissime bottiglie di questo vero e proprio nettare degli dei che, in una sera di pioggia e vento, abbiamo avuto la possibilità di stappare e degustare in abbinamento ad un mix formaggi di capra, vacca e pecora, tutti dalla lunga stagionatura.

Nel bicchiere si apre ad un bellissimo granato vivo, mentre a livello olfattivo si dipana tra intense e ben definite note di resina e funghi, sottobosco, cioccolato amaro, fragola con accenni boisè sul finale.
Il sorso contiene una importante impronta sapida e minerale, abbinata alla estrema eleganza dei tannini nonostante ci si trovi di fronte ad un vino relativamente giovane anagraficamente ma già pronto enologicamente parlando.
Sul palato si ritrovano anche le note di frutta matura riscontrare al naso e in generale si riscontra un sorso pieno e appagante ma che non esagera nelle note dure e corpose dei baroli più introversi.


 


giovedì 4 gennaio 2018

Verticale di 12 annate del Barbaresco dei Produttori di Barbaresco



Il primo post dell'anno è dedicato ad una degustazione del novembre 2017 di cui non avevo trovato ancora il tempo di parlarvi.
Si tratta di una spettacolare verticale di dodici annate di Barbaresco Ovello dei Produttori del Barbaresco.
Una verticale iniziata con una commuovente annata 1978, proseguita con un superlativo 1982 per poi incontrare diverse altre annate degne di nota.
La caratteristica generale è che mentre le annate più lontane nel tempo avevano tutte note marcatamente diverse dalle altre, le annate più recenti hanno evidenziati gusti e nuance più omologati tra di loro pur se di alto profilo.
Ecco di seguito tutte le annate degustate: 1978, 1982, 1997, 1999, 2000, 2001, 2004, 2005, 2007, 2008, 2009, 2011.
Nessuna è risultata particolarmente sotto la media mentre quelle tra poco citate sono invece risultate annate particolarmente distintive sotto tutti i punti di vista.

Annata 1978

Forse non la migliore tra le migliori ma valeva la pena una citazione vista la tenuta complessiva, il tratto elegante e austero del sorso, tannini ancora ben presenti, mentre all'olfatto erano ancora perfettamente percettibili sentori di bastoncino di liquirizia, funghi, caffè con una leggera scia balsamica in sottofondo.
Un po' scarica di corpo ma non poteva essere altrimenti.
Citazione doverosa

Annata 1982

Probabilmente insieme alla 1997 la migliore in assoluto della serata. Del resto in altre verticali che mi è capitato di fare, il 1982 è sempre stata una annata storica.
Sublime il sorso ancora pieno, poderoso, invitante, mentre il naso rispetto al 1978 si arricchisce di intense note balsamiche, con un tratto etereo ben marcato, mentre si percepisce ancora ben presente la frutta nera cotta.
Annata storica.

Annata 1997


Altra grande annata, perlomeno qui in Piemonte.
L'analisi olfattiva è perfettamente integra con tutti i profumi che ti aspetteresti di trovare in un Barbaresco di grande classe.
Frutta nera cotta, spezie, tratti balsamici ed eterei, un sottofondo di caffè e liquirizia.
Al sorso è teso, pieno, e riunisce le note di grazia ed eleganza che solo un grande vino abbinato ad una grande annata sono in grado di poter dare.
Chapeaux

Annata 2001


Vino totalmente diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto e che seguiranno la verticale per via di note invitanti da zucchero filato e caramella, mentre in bocca sfilano tannini particolarmente vellutati e invitanti.
In generale possiede una morbidezza quasi fuori dall'ordinario per un vino a base Nebbiolo.

Il tutto è stato accompagnato da uno spezzatino con polenta di Chef Fabrice e da una batteria di formaggi lombardi.


A margine della degustazione e per terminare in dolcezza la serata, oltre che per rimanere in tema di eccellenze italiane, abbiamo gustato un panettone stile classico del pasticcere Biasetto, già campione del mondo della patisserie.

Nato a Bruxelles, nel suo lavoro Biasetto riesce a riunire la razionalità con la creatività e l'abilità di trasmettere emozioni che solo i numeri uno nel loro campo riescono a dare.
Il panettone di Biasetto è un tripudio di emozioni artigianali unito ad una qualità che si percepisce elevatissima.





mercoledì 27 dicembre 2017

I 10 migliori assaggi di Baccanera del 2017



Anche quest'anno è tempo di bilanci enoici e con questo 2017 si chiude il quinto anno di questo blog, iniziato per gioco e continuato per passione.
Nel 2017 ho assaggiato probabilmente i migliori vini di sempre, con molte riconferme e molti altri vini nuovi per me sconosciuti che hanno saputo darmi emozioni, che solo voi winelover e sommerlier siete in grado di capire.
Ho assaggiato diversi Amaroni, Baroli, Brunelli e Barbareschi ma nessuna grossa novità rispetto agli anni passati. Così ho preferito inserire in questa mia personale classifica dei vini che hanno dimostrato un eccellente rapporto qualità-prezzo.
Come sempre i vini sono elencati in assoluto ordine sparso.

Anfora Ribolla Gialla (2006) di Josko Gravner



La filosofia produttiva di Gravner si può riassumere brevemente nel concetto che la terra non è nostra ma che l’abbiamo solo in prestito temporaneamente e quindi dobbiamo saperla conservare nel migliore dei modi per lasciarla integra a chi verrà dopo di noi.
Ne escono vini estremi, dei vini che sembrano provenire da un'altro pianeta più progredito del nostro.
Il naso è potente e ricco di personalità, dominato da una complessità olfattiva in continua evoluzione, dove si concentrano note di cera d’api, agrumi, tè verde, zafferano, note salmastre e affumicate.
In bocca è lievemente tannico, sapido e con una ben definita componente salina; il sorso si esalta di una elegante rusticità e di un incredibile equilibrio per un vino dalla personalità così forte e dal finale interminabile.
Tutti in piedi e applausi.


Gioia del Colle Primitivo 17 (2013) di Polvanera



Il Gioia del Colle Primitivo 17 è un vino che fa sorprendentemente solo acciaio, proviene da uve vecchie coltivate ad alberello.
I profumi sono potenti e inebrianti, more, liquirizia, tabacco e spezie dolci.
In bocca sorprende per la pienezza del sorso, la beva sontuosa che non stanca, la vibrante carica dei tannini, il tutto sostenuto da un perfetto equilibrio gustativo.
Un piccolo capolavoro biologico da seguire con estrema attenzione.

Muffato della Sala (2013) di Castello della Sala


Il Muffato della Sala è prodotto con uve botritizzate, ovvero attaccate da un particolare tipo di muffa che riduce il contenuto di acqua dell'acino e ne concentra zuccheri e aromi, conferendo al contempo al Muffato un gusto armonico e vellutato.
La composizione varia a seconda delle annate e anche questa la possiamo considerare una caratteristica particolarmente distintiva del Muffato.
Per l'annata 2010 da me degustata, i vitigni sono: 58% Sauvignon, 24% Grechetto, 10% Semillon, 3% Traminer e 5% Riesling.
Il colore è giallo oro antico luminoso.
Il sorso è strepitosamente ampio, delicato, elegante ed esuberante al contempo.
Le delicate note floreali si intersecano con sensazioni aromatiche, note agrumate, cera d'api, frutta gialla matura, caramello e potrei continuare.
La bocca morbida e lussuriosa, spicca per note sapide e fresche in grado di bilanciare la naturale morbidezza dell'alcol e della glicerina, oltre ovviamente al residuo zuccherino.
Finale da maratoneta keniota alle olimpiadi di Rio.
Tutti in piedi e applausi !!!

Brecceto Grechetto (2015) di Trappolini

 

Questo produttore ti insegnano un solo fondamentale concetto enoico: si possono fare grandi vini anche con vitigni che nell'immaginario collettivo pensiamo sia adatti solo ad un consumo quotidiano.
Il Brecceto ha una impronta decisamente unica e non esagero se vi dico che è il miglior Grechetto (con un saldo di Chardonnay) che abbia assaggiato.
L'attacco è pieno e intrigante, con accenni di zafferano e iodio, poi ancora pesca gialla e confettura di albicocca, lievi accenni aromatici e agrumati, mentre sul finale termina su accenni lievemente speziati.
Bocca intensa, tesa, piena, dall'ottimo equilibrio tra presenza lievemente dolce e sapida, con acidità decisa e finale chilometrico.
Ottima corrispondenza con il naso, questo vino fa tanta tanta tanta selezione e si sente.
Ovviamente contribuiscono al tutto i terreni di origine vulcanica della zona, ma su tutto prevale l'ottimo lavoro del produttore.

Nectaris Gewurztraminer di Cantina Valle Isarco

 

Sui passiti non riesco ad avere mezze misure.
Alcuni riescono a convincermi, in rari casi addirittura riescono a farmi ringraziare la sorte di non essere astemio, grazie al loro precario equilibrio che oscilla tra una naturale dolcezza e la spinta di una cospicua spalla acida.
Non c'è dubbio che rientra in questa categoria il Nectaris di Cantina Valle Isarco.
Bellissimo nel bicchiere con il suo giallo oro antico e brillante, all'olfatto rivela struttura e ampiezza, che partendo su leggeri sentori di botrite, dilagano con le note di mela cotogna, zafferano, albicocca disidratata, caramello, mandarino e tanto altro ancora ......
In bocca supera agilmente la prova con dolcezza e freschezza che sembrano sfidarsi in una supremazia che, a seconda del sorso, sembra leggermente pendere da una o l'altra parte ma senza che l'equilibrio complessivo ne possa risentire.
Finale lungo su rimandi di albicocca, note agrumate e miele.

Iancura Malvasia di Hauner


Pochi vini hanno una impronta così fortemente territoriale come i vini di Hauner. Su tutti Iancura è un blend di Malvasia e Insolia.
Chiudete gli occhi e vi sembrerà di essere su Pantelleria.
Il sorso si distingue al contempo per una grande bevibilitá, facilitata da una intensa salinitá, discreta  freschezza e una pervadente mineralitá.
Dopo le sensazioni più intense, si distende intorno ad un aroma fruttato dove prevalgono i sentori tropicali, il mango e la macchia mediterranea e dove l’acido del frutto bilancia una leggera sensazione zuccherina iniziale.
Prodotto la cui personalità è quasi di difficile contenimento.


Tergeno (2004) di Fattoria Zerbina



Zerbina è una azienda che ricorre spesso nella mia personalissima classifica di fine anno. Il motivo è che sono un riferimento assoluto per i Colli Romagnoli e propongono vini moderni, ma con un carattere preciso e distintivo.
Il Tergeno 2016 ha grande esuberanza aromatica, abbinata a profumi intensi, profondi e caldi di frutta gialla matura, scorza di agrumi canditi, spezie dolci, con un passaggio minerale non trascurabile.
In bocca si esalta su note piene e il tratto succoso, sostenuto da buona freschezza, una lunga scia aromatica che allunga la percezione del sorso che si fa esuberante e complesso.
Sorprendente lunghezza finale.
Il 2004 è esattamente come il 2016 ma figuratevi che ci aggiunge la maturità e la complessità del riposo in bottiglia.
Praticamente non ha prezzo.

Barrua (2005) di Agricola Punica



Vino conosciuto al Vinitaly e riassaggiato di recente ad una cena tra amici.
Dire che il vino sia tecnicamente ineccepibile è quasi scontato, mentre sorprende al naso per il suo articolato corredo polifenolico che si esprime sulla frutta rossa matura (su tutto l'amarena sotto spirito), pepe nero, bastoncino di liquirizia, con una delicata nuance di macchia mediterranea in sottofondo.
In bocca è un visto che sa vestire con eleganza un muscolo fatto di polpa, struttura, acidità, adeguata tannicità con un tocco sapido e minerale su un finale persistente e di infinita grazia e opulenza.
Annata 2015 spettacolare.


Chaos di Fattoria Le Terrazze


Il Conero è il punto di congiunzione tra Sangiovese e Montepulciano, quasi uno spartiacque invisibile sulla costa Adriatica. Poco sopra regna incontrastato il Sangiovese, poco sotto inizia a farsi sentire l’influenza del Montepulciano, che pian piano che si scende verso sud diventa predominante.
A dire la verità Fattoria Le Terrazze per i suoi vini usa come prodotto di base il Montepulciano, che poi si diverte ad ammorbidire in un sapiente blend con vini più morbidi come il Syrah e il Merlot.
Composizione replicata anche per il Chaos, un vino che in comune con il nome ha il pregio di rompere gli schemi, la volontà di elevarsi dall’indistinto e nutrito gruppo di vini che rientrano nella media di quelli che ogni consumatore medio è abituato a bere nella sua vita.
Al naso risulta complesso, potente ed elegante, giocato sui toni generosi di frutta surmatura (mora e amarena), a cui si contrappongono note di cuoio e macchia mediterranea, per terminare su un inizio di note terziarie di cuoio e caffè.
Già ottimo nella fase olfattiva, si supera in quella gustativa, con un sorso pieno, rotondo, scattante e minerale, dall’importante apporto sapido-marino, mentre sul finale tornano le note erbacee e mediterranee ritrovate al naso, su un finale è di giusta lunghezza.

Nel complesso possiamo considerarlo un vino che riesce a stento a controllare una innata esuberanza, un caos tenuto sapientemente sotto controllo da mani esperte.


Edizione Cinque Autoctoni (2014) di Fantini Farnese




L'Edizione Cinque Autoctoni è un sapiente blend di Montepulciano (33%), Primitivo (30%), Sangiovese (25%), Negroamaro (7%) e Malvasia Nera (5%), da cui si ricava un prodotto ottimo, che vi consiglio vivamente soprattutto per quelle cene tra amici dove i gusti sono i più disparati, in quanto in grado di mettere d'accordo tutti, ma proprio tutti.
Si parte da un delicato profumo di more e frutti di bosco, a cui si associa una piacevole nota di liquirizia, spezie scure e sfumature di erbe officinali.
Ancora più elaborato il sorso, che risulta pieno e caldo, generoso di corpo, con tannini levigatissimi, su cui spicca una mineralità ammirevole in grado di bilanciare un vino che pur essendo un filo piacione, non riesce a stancare il palato e che riunisce beva ed equilibrio a grande soddisfazione gustativa.
Ripeto: naso e palato riescono nel difficile intento di mettere d'accordo anche l'enofighetto più estremista presente alla vostra cena !!!

E se avete avuto la pazienza di leggere tutto questo lungo e noioso post non posso che augurarvi un felice, sereno ed enoico 2018.


domenica 24 dicembre 2017

Moscato Veneto Igt Dindarello (2015) Maculan


E' un po' di tempo che non scrivo di passiti, non perchè non ne abbia bevuti, ma semplicemente perchè ultimamente nessuno mi aveva particolarmente impressionato.

Mi ritrovo invece in questo penultimo post dell'anno a parlare di un passito che fa del rapporto qualità-prezzo il suo punto di forza.

Come sottolineato dagli amici di vinialsupermercato.it, il Dindarello di Maculan viene talvolta proposto, soprattutto nella grande distribuzione a dei prezzi che hanno dell'incredibile.

Alcuni blogger e giornalisti del vino ci ricamerebbero sopra per mesi, con tanto di sdegnate risposte e contro risposte a margine del post, tutte finalizzate più a fare traffico al sito e quindi a legittimarne l'esistenza, piuttosto che a volersi accreditare come dei veri paladini delle cause perse.

Personalmente mi metto come sempre dalla parte del consumatore, che semplicemente non può non portarsi a casa una bottiglia di Dindarello se la trova sotto i 12 euro e le ragioni si sprecano.

Innanzitutto è un vino dal colore quasi ipnotico. Anche attingendo ai polverosi e ormai sorpassati aggettivi Ais, non ci sono paragoni per descrivere un colore che unisce il giallo citrino tendente all'aranciato al giallo grano luminoso.

Al naso è una vera goduria, un tripudio di sensazioni olfattive che spingono l'acceleratore verso la naturale aromaticità del moscato che si intersecano con naturali e ben definite note di agrumi, di frutta a polpa gialla, miele di castagno, e poi ancora salvia e mentuccia più defilati.

In bocca si percepisce la sua superiore qualità rispetto a tanti altri prodotti della grande distribuzione
per l'equilibrio gustativo che rende ogni sorso pieno, suadente ma mai stucchevole grazie ad una primaria mineralità che si riscontra in un retrogusto di pietra focaia su cui ritornano gli agrumi riscontrati nell'analisi olfattiva.

Finale di media lunghezza e abbinamento più che sufficiente con la pasticceria secca in generale.

sabato 23 dicembre 2017

Un ottimo Franciacorta con cui brindare durante le feste: Cintus Brut di Laudavit



Sarà capitato a molti di voi .... e' una sera di inizio dicembre e ha incominciato a fare freddo per davvero, quel tipo di freddo che ti penetra nelle ossa e non ti abbandona fino a quando non arrivi alla cena organizzata dal tuo amico.
Mentre ancora stai salutando ospiti e padrone di casa, ti ritrovi in mano un bicchiere di bollicine donato da un volenteroso amico.
Lo assaggi quasi distrattamente, ma subito capisci che stai bevendo qualcosa di particolare su cui vale la pena concentrarsi.
Allora chiedi lumi della bottiglia al volenteroso amico che ovviamente non sa neanche bene cosa ti ha servito (sarà un prosecchino); passi allora all'indaffarato padrone di casa che ti rimanda all'amico di un amico che pare abbia portato la bottiglia.
Finalmente leggi l'etichetta: si tratta di un Franciacorta e il nome del vino è Cintus .... che nel frattempo è terminato.
Non ti rimane quindi che gustarti il resto del bicchiere e annotarti mentalmente produttore e bottiglia al fine di cercare ulteriori informazioni.

Il produttore è Laudavit, una società formata da tre soci con competenze ben distinte.
Pierluigi Villa è l'enologo e l'agronomo, ex direttore del Centro vitivinicolo provinciale di Brescia e dell'Ente vini bresciani; ha studiato a Milano sotto la guida del mitico Attilio Scienza, una delle massime autorità viticole a livello europeo.
Rino Ferrata è professore di strategia e politica aziendale all'Università degli studi di Brescia e vanta numerose pubblicazioni e collaborazioni con aziende.
Infine Alessandro Iacobone ha maturato una lunga esperienza come manager di una importante azienda del largo consumo ed è l'anima marketing del gruppo.

Gli ettari vitati sono 70, dislocati in nove comuni del territorio franciacortino, parte in affitto e parte di proprietà, sui quali l'attenzione alla qualità è massima, oltre ad un maniacale rispetto del terroir, fondamentale per la realizzazione di un prodotto con una sua ben distinta personalità.
La distribuzione sui comuni dei vigneti è importante per garantire quella costanza di carattere e uniformità al singolo prodotto che tutti ricerchiamo quando assaggiamo Champagne, Franciacorta o Trendodoc.

E' su questo terreno di origine morenica e in piccola parte di origine alluvionale che nasce Cintus, un Franciacorta ambizioso e armonico, un brut che sa coniugare la tipicità del terroir ad una personalità non banale e in grado di spiccare rispetto all'ormai affollato panorama delle bollicine italiane.
La cosa che mi ha più sorpreso all'assaggio è stata che il vino nel bicchiere riesce a coniugare una sorta di artigianalità di sottofondo unita ad una modernità di beva.



Nel bicchiere si può notare un perlage finissimo e una schiuma particolarmente persistente.
Al naso ha una bella complessità olfattiva che si esprime in un mix di frutta come il mandarino e il pompelmo, pasticceria secca e un accenno boisè.
L'attacco in bocca è solleticato da bollicine finissime e mostra subito una perfetta corrispondenza con il naso, dove ritorna la frutta agrumata abbinata a sensazioni marine.
Non manca di equilibrio, finezza ed eleganza complessivi su un finale decisamente persistente.
Consigliato sia con salumi vari, sia con dei tonnarelli al granchio con i quali si abbina in un perfetto matrimonio del gusto.

Non ultimo da considerare che Cintus si è guadagnato diversi premi internazionali tra cui il prestigioso World Wine Awards di Decanter nel quale si è aggiudicato la medaglia di bronzo nel 2012 e la menzione d'onore all'International Wine Challenge sempre nel 2012.

Oltre al brut Laudavit produce anche un Satèn che non ho ancora assaggiato e di cui vi parlerò prossimamente.

Laudavit s.r.l.
Via Aleardo Aleardi, 15
25121 Brescia
Winery: Via Colzano 13 Adro (BS)
tel 030 2400851
www.cintus.it



venerdì 22 dicembre 2017

Strepitoso Barrua, annata 2005 di Agricola Punica



Tra i vini che mi sono più piaciuti allo scorso Vinitaly c'è senza dubbio il Barrua, un vino che se fosse nato in California o in Francia avrebbe già scalato le classifiche e vinto premi internazionali.

Non che non vinca premi in Italia, ma di sicuro non è conosciutissimo neanche tra i winelover.
Eppure è un vino di passione, dal carattere tipicamente territoriale, che sa esprimere forza ed eleganza come solo i grandi vini sanno fare.

L'enologo Umberto Tombelli ha preso il posto del mitico Giacomo Tachis, vero inventore di questo vino che viene prodotto con una base di Carignano del Sulcis (85%) ai quali si aggiunge un saldo di vitigni internazionali (Cabernet Sauvignon e Merlot) in grado di ammorbidire le spigolosità del vitigno autoctono sardo.

Che il vino sia tecnicamente ineccepibile è quasi scontato, mentre sorprende al naso per il suo articolato corredo polifenolico che si esprime sulla frutta rossa matura (su tutto l'amarena sotto spirito), pepe nero, bastoncino di liquirizia, con una delicata nuance di macchia mediterranea in sottofondo.

In bocca è un visto che sa vestire con eleganza un muscolo fatto di polpa, struttura, acidità, adeguata tannicità con un tocco sapido e minerale su un finale persistente e di infinita grazia e opulenza.

Annata 2015 spettacolare.

Da gustare con piatti tipici sardi a base di carne.






giovedì 14 dicembre 2017

Un buon Cabernet Sauvignon australiano? Margaret di Woodlands Vineyard, annata 2013



Proseguendo sulle degustazioni internazionali non posso che ringraziare l'amico Geo, che nel suo recente giro in Australia ha pensato anche al 'gruppo dei soliti astemi', portandosi al rientro una boccia australiana, che abbiamo degustato in una sera di inizio novembre (tanto per farvi capire quanto sono indietro con i post sulle mie degustazioni).

Woodlands Wineyards, è una azienda vitivinicola situata a Wilyabrup, nella regione vinicola australiana chiamata 'Margaret river'.

E' attiva dal 1973 e coltiva i tipici vitigni internazionali come Chardonnay, Malbec, Merlot, Petit Verdot, Pinot noir e Cabernet Franc ma è con i vini a base Cabernet Sauvignon che è diventata famosa per aver ricevuto diversi premi internazionali anche in contesti di degustazioni alla cieca con vini prodotti a Bordeaux.

In particolare il Margaret annata 2013 è un ben fatto taglio bordolese che vince ogni anno diversi premi internazionali, formato da Cabernet Sauvignon (78%), Merlot (11%) e Malbec (11%).

Il Cabernet sauvignon dopo la vendemmia dove viene selezionato 'acino per acino' (come riportato dal sito internet dell'azienda), sosta per 25 giorni sulle bucce al fine di estrarre e concentrare la maggior parte possibile di frutto e di tannini.

Come d'usanza nelle terre australiane affina in botti di rovere francese per 18 mesi, ma devo dire che l'uso del legno risulta tutt'altro che stucchevole ed è servito a rendere il vino più morbido e vellutato e ad amalgamare ed equilibrare le tre varietà presenti nel blend.

Margaret è un tipico taglio bordolese, ben fatto e senza difetti oggettivi, con una forte presenta di frutta rossa e blu, nuance di tabacco, cioccolato fondente e spezie.
In bocca è sapido e minerale, risulta opulento ma con una certa grazia data da tannini levigati dal legno, oltre alla naturale femminilità apportata dal Merlot.

Naturalmente lungo sul finale è un vino indubbiamente ben fatto e tipicamente internazionale.